Siria, Calvino e Atti 29 Europa
Siamo una rete di chiese che fondano chiese caratterizzata da chiarezza teologica, coinvolgimento culturale e innovazione missionale.
I primi sei paragrafi qui sotto intendono fornire una solida chiarezza teologica che fa da cornice e da motivazione in vista del coinvolgimento culturale del settimo paragrafo. Non saltarli, ma se proprio devi, ti preghiamo di leggere almeno il settimo paragrafo e di farci avere la tua risposta.
Le crisi di rifugiati non rappresentano una novità. Da quando l’uomo voltò le sue spalle a Dio nell’Eden, l’umanità irrequieta e nostalgica ha vagato per la faccia della terra in cerca di casa.
A volte troviamo un posto dove mettere radici. Pensiamo che sia casa, e certamente abbiamo la sensazione che lo sia. Ma è fragile, precaria e spesso illegittima, se la si considera da un punto di vista storico. Disastri naturali, sconvolgimenti politici, invasori famelici, folli estremisti religiosi o atei – tutti questi fattori hanno contribuito nel tempo al flusso di popoli e di etnie lungo quei confini artificiali che tracciamo sulle mappe per rivendicare il nostro diritto sul nostro territorio.
La crisi dei rifugiati siriani è un crudo promemoria di alcune di queste verità.
Le immagini strazianti che abbiamo visto sono allo stesso tempo troppo e troppo poco. Troppo, perché in quella foto non c’era un siriano anonimo o simbolico, ma un figlio amato dai suoi genitori, di cui conosciamo il nome. Troppo poco, perché anche il megafono della sofferenza che quella foto rappresenta non può gridare abbastanza per trasmettere l’orrore di ciò che sta accadendo.
Fa riflettere pensare che il libro più influente che sia mai stato scritto è, nel suo vecchio e nel suo nuovo testamento, il puro prodotto di rifugiati e reietti dispersi. L’Occidente presuntuoso, con la sua illusione di stabilità e permanenza, farebbe bene a osservare i siriani fuggire dai contesti a loro familiari e riflettere su questo testo:
Quando sarai entrato nel paese che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà come eredità e lo possederai e lo abiterai, 2 prenderai delle primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà, le metterai in un paniere e andrai al luogo che il SIGNORE, il tuo Dio, avrà scelto come dimora del suo nome. 3 Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni, e gli dirai: «Io dichiaro oggi al SIGNORE tuo Dio che sono entrato nel paese che il SIGNORE giurò ai nostri padri di darci». 4 Il sacerdote prenderà il paniere dalle tue mani e lo deporrà davanti all'altare del SIGNORE tuo Dio, 5 e tu pronuncerai queste parole davanti al SIGNORE, che è il tuo Dio:
«Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come straniero con poca gente e vi diventò una nazione grande, potente e numerosa. 6 Gli Egiziani ci maltrattarono, ci oppressero e ci imposero una dura schiavitù. 7 Allora gridammo al SIGNORE, al Dio dei nostri padri, e il SIGNORE udì la nostra voce, vide la nostra oppressione, il nostro travaglio e la nostra afflizione, 8 e il SIGNORE ci fece uscire dall'Egitto con potente mano e con braccio steso, con grandi e tremendi miracoli e prodigi, 9 ci ha condotti in questo luogo e ci ha dato questo paese, paese dove scorrono il latte e il miele. 10 E ora io porto le primizie dei frutti della terra che tu, o SIGNORE, mi hai data!» Le deporrai davanti al SIGNORE Dio tuo, e adorerai il SIGNORE, il tuo Dio; 11 ti rallegrerai, tu con il Levita e con lo straniero che sarà in mezzo a te, di tutto il bene che il SIGNORE, il tuo Dio, avrà dato a te e alla tua casa. Deuteronomio 26:1-11
1. “Il paese che il Signore, il tuo Dio, ti dà”. Al Signore appartiene la terra e tutto quello che essa contiene. L’Europa non è nostra, ma di Dio. Secondo la prospettiva di Romani 4:13, la terra promessa del Vecchio Testamento è stata inglobata dalla promessa di ereditare tutto il mondo fatta a quelli che condividono la fede di Abraamo, la quale sarà adempiuta al compimento di tutte le cose al ritorno di Cristo. Non c’è più una terra promessa per il popolo di Dio, la chiesa, perché non siamo una nazione terrena. Sicché la caparra della nostra eredità non è un po’ di paese adesso e un altro po’ in futuro, ma lo Spirito Santo che vive in noi, che ci unisce a Cristo e che ci fa vivere per la gloria di Dio (Efesini 1).
2. Deuteronomio 26:1 definisce il paese un’eredità perché proviene dal Signore, al quale appartengono tutte le cose e le distribuisce come vuole. Soffermiamoci un po’ di più sul concetto di eredità. Ascoltiamo cosa dice Calvino sullo stesso concetto nel Salmo 61:5:
La parola “eredità” qui utilizzata da Davide suggerisce che il popolo di Dio gode di una speciale prosperità più solida e duratura; le loro momentanee e brevi afflizioni hanno solo l’effetto di promuovere il loro benessere eterno. Egli loda Dio perché quelli che temono il suo nome non hanno soltanto il misero privilegio di rallegrarsi per pochi giorni, ma hanno assicurata un’eredità permanente di beatitudine. Questa e’ una verità incontestabile. L’empio, che non possiede per fede i benefici divini dei quali è compartecipe, vive giorno dopo giorno come se li derubasse. Soltanto quelli che temono il Signore godono legittimamente delle loro benedizioni. [1]
3. Possiamo andare oltre. Se il paese è un’eredità e in quanto tale non possiamo presumere che ci appartenga, questo vuol dire che i possedimenti (Deuteronomio 26:1) sono nostri soltanto in Cristo. Ciò significa che siamo obbligati a condividere non solo il nostro paese, ma anche i nostri possedimenti e le nostre risorse con chi è nel bisogno. Ancora Calvino, stavolta su 1 Timoteo 4:
La dottrina di Paolo su questo principio prosegue, affermando che non vi è alcuna cosa buona il cui possesso ci sia legittimo, fino a quando la coscienza non testimoni appartenerci di diritto. E chi tra noi ardirebbe reclamare per se stesso anche un solo chicco di grano, se la parola di Dio non lo ammaestrasse che egli è erede del mondo? Il buonsenso, certo, afferma che la ricchezza del mondo è destinata per natura al nostro utilizzo; ma, poiché il dominio sul mondo ci fu tolto in Adamo, ogni cosa che tocchiamo dei doni di Dio è contaminata dalla nostra corruzione; e, d’altra parte, essa ci è impura, fino a che Dio misericordiosamente viene in nostro soccorso, e, innestandoci nel Figlio suo, ci ricostituisce signori del mondo, in modo da poter legittimamente usare come nostre tutte le ricchezze che egli ci fornisce.
A ragione perciò Paolo collega il legittimo godimento alla “parola”, nella quale soltanto riacquistiamo ciò che avevamo perso in Adamo; poiché ci occorre riconoscere Dio come nostro Padre, in modo da essere suoi eredi, e Cristo come nostro Capo, in modo che ciò che è suo diventi nostro. Va dunque dedotto che l'uso di tutti i doni di Dio è corrotto, fintanto che esso non è accompagnato dalla vera conoscenza e dall’invocazione del nome di Dio. [2]
La teologia di Paolo sull’eredità e i possedimenti è radicalmente diversa dalla nostra. Il suo non è un approccio né capitalista né comunista. Applicato a livello dello stato, umilia i potenti della terra che hanno dimenticato che la loro chiamata è di amministrare il mondo di Dio per la gloria di Dio, senza parzialità. E’ un approccio radicalmente Cristocentrico che ci ricorda che in Adamo abbiamo perso i nostri diritti su tutto ciò che è buono: il paese, il nutrimento, la comodità, l’abbondanza; e che solo in Cristo, l’erede del mondo intero, tutte le cose diventano nostre di diritto per essere usate legittimamente per il nostro e altrui bene in vista dell’eternità.
4. Secondo questa prospettiva dovremmo comprendere che il bene di cui legittimamente godiamo come coeredi di Cristo qui e ora impallidisce in confronto al bene che godremo al compimento di tutte le cose. Siamo radicalmente liberi di condividere i beni di questo mondo con chi è nel bisogno; l’amore per Dio e per il prossimo è la motivazione che ci spinge a fare questa scelta. Questo è il senso e la motivazione del portare le primizie a Dio nel brano sopracitato (Deuteronomio 26:4). Quando capiamo che siamo eredi e che ciò che possediamo è un'eredità intimamente collegata alla nostra identità in Cristo, e a quello che riceveremo in lui, allora portare le primizie dei frutti della terra è una responsabilità gioiosa.
5. Questo diventa una realtà nelle nostre vite quando attiviamo la nostra memoria collettiva. Il toccante refrain di Deuteronomio 26:5 – Mio Padre era un Arameo errante… – fa parte del nostro credo. Ci fa ricordare Efesini 2:11: “Perciò, ricordatevi che un tempo voi eravate …”. Noi che siamo salvati per grazia mediante la fede in Cristo siamo realmente dei rifugiati. Proprio come l’adozione spirituale da parte di Dio di orfani spirituali ci spinge a prenderci cura di chi è orfano nel senso letterale della parola, così la consapevolezza di essere dei rifugiati spirituali ci spinge a prenderci cura dei rifugiati. I cristiani sono dei profughi che hanno trovato un rifugio in Gesù Cristo. Questa è la meravigliosa logica dei versetti di Deuteronomio 26:6-11 qui sopra. Le primizie sono portate nel tempio, e i Leviti, gli Israeliti e gli stranieri si rallegrano insieme – e questo succede grazie ad un sano approccio teologico al paese e ai possedimenti insieme alla presenza di rifugiati nel paese. La loro presenza è la nostra opportunità di vivere il vangelo.
6. Ma c’è ancora un passo da fare. E’ il tempio di Gerusalemme a fare da garante all’equa redistribuzione delle risorse alla luce della sferzante teologia di paese e possedimenti e della cruda realtà dei rifugiati che abbiamo esaminato. Trasposto in termini neotestamentari, possiamo perciò affermare che la manifestazione del popolo di Dio sulla terra consiste nell’essere il canale della grazia olistica di Dio verso l’umanità. Le chiese dovrebbero essere in prima linea nell’impegno umanitario per affrontare questa crisi. E come Steve Timmis ha detto altrove, se vogliamo costruire pozzi in Africa, fondiamo chiese e insegniamo questa teologia che motiverà tutti quelli che l’accoglieranno a essere loro la risposta ai poveri, agli emarginati, e ai rifugiati che vivono in mezzo a loro. Si costruiranno pozzi e si aiuteranno i rifugiati mentre fondiamo chiese che vivono il vangelo.
7. Ci aspettiamo quindi due cose come rete di chiese: primo, che le nostre chiese in Europa assumano l'iniziativa di occuparsi della crisi in prima persona; e, secondo, che le nostre chiese-sorelle in America e nel mondo si mettano in contatto con noi e chiedano che cosa possono fare per aiutare. Per la grazia di Dio, entrambe le cose sono realtà. Le chiese di Atti 29 in Scozia, Polonia, Italia e Turchia stanno assumendo delle concrete iniziative per affrontare in modo pratico questa crisi. Le chiese di Atti 29 negli Stati Uniti attendono la nostra iniziativa per poterci aiutare. Entreremo nel dettaglio di queste iniziative in altri post su questo blog. Per ora è sufficiente dire che si tratta di progetti credibili e fidati che mirano ad affrontare in modo olistico i bisogni umani e spirituali con i quali dobbiamo confrontarci oggi in Europa. Se desideri aiutare, ti preghiamo di metterti in contatto con noi cliccando sul pulsante sotto.
[1] Giovanni Calvino, Commentario sui Salmi.
[2] Giovanni Calvino, Commentario sull’Epistola a Timoteo