Avevamo bisogno del 2020 (e ne abbiamo ancora bisogno)

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Ho pensato di più alla sofferenza nell’ultimo anno che in tutta la mia vita. La sofferenza deriva dalla perdita, e tutti noi, individualmente, collettivamente, in misura diversa, abbiamo subito una reale perdita in questi ultimi mesi di vita.

Quello che abbiamo perso spiega perché non vedevamo l’ora di salutare il 2020. Con la prospettiva di un vaccino e del ritorno a una vita “normale”, il 2021 porta la speranza del sollievo. Tuttavia, mi chiedo se nel nostro desiderio di lasciarci alle spalle le nostre perdite rischiamo di perderci qualcosa che ha un valore eterno.

Potremmo persino non vedere Cristo e la sua opera nelle nostre vite perché, nel suo regno, i beati sono quelli che sono afflitti (Matteo 5:4). L’anno scorso è stato una “casa del pianto” per noi, e sarebbe una cosa saggia rimanere sotto quel tetto ancora un po’ (Ecclesiaste 7:3-4).

Una sofferenza lunga e tortuosa 

Nel 2007, ero uno studente del secondo anno al Virginia Tech quando uno studente sparò nel nostro campus uccidendo 32 persone. Ad oggi, resta uno degli eventi più surreali e sconvolgenti della mia vita. È un lutto che sto ancora elaborando e, stranamente, soffro più per questa cosa oggi di allora.

Dopo la morte della moglie, C. S. Lewis scrisse che all’afflizione “non serve una mappa, ma una storia, e se non smetto di scrivere questa storia in un punto del tutto arbitrario, non vedo per quale motivo dovrei mai smettere. Ogni giorno c'è qualche novità da registrare. Il dolore di un lutto è come una lunga valle, una valle tortuosa dove qualsiasi curva può rivelare un paesaggio affatto nuovo” (Diario di un dolore, Adelphi, 1990). L’afflizione non è lineare o uniforme. Vorremmo che fosse ordinata e finita, ma non lo è mai. È inopportuna; chi può scegliere quando succede? Può essere irrazionale; potremmo dire e pensare cose che nella realtà quotidiana sappiamo non essere vere (“Sono completamente solo”, “Nessuno mi capisce, nessuno si interessa di me”, “Dio deve odiarmi”). È controintuitiva; noi adulti, in particolare, pensiamo che dovremmo soltanto “superare” la nostra perdita. E l’afflizione è complessa; in effetti, quando sento altri condividere la loro afflizione, spesso rivivo la mia e ne ho una nuova comprensione.

Beati gli afflitti

Quando Gesù dice: “Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati”, in un certo senso egli ci invita a essere onesti. La depravazione totale non è semplicemente una categoria sistematica ma una realtà sistemica della nostra esistenza. Sono necessarie molte lacrime per comprendere la potenza distruttiva pervasiva del peccato.  

Ma le lacrime che sgorgano da un cordoglio santo sono il modo in cui sperimentiamo la consolazione del regno di Dio, e questo è vero sia del nostro peccato sia della nostra sofferenza. Mentre piangiamo per il nostro peccato, per la nostra sofferenza e per la sofferenza degli altri, sperimentiamo e manifestiamo la consolazione e la compassione di Cristo.

Nelle Beatitudini, Gesù rivela una semplice verità del regno: quelli che sono afflitti gettandosi tra le braccia del loro Padre celeste riceveranno la sua consolazione. Se invece induriamo i nostri cuori, soffochiamo la verità o cerchiamo di “superare la cosa”, o di tenerci troppo occupati per prestare attenzione, allora perdiamo la consolazione che il nostro Abba vuole riversare su di noi e attraverso di noi. La consolazione di quelli che sono afflitti è ciò che le Beatitudini promettono, ed è ciò che la vita di Cristo dimostra.

Consolazione in Cristo

Di fronte alla morte del suo amico Lazzaro, Gesù pianse. Di fronte all’impenitenza di Gerusalemme, Gesù pianse. Di fronte all’agonia della croce, Gesù pianse.

Questi erano i suoi dolori perché sono i nostri dolori (Isaia 53). Quando Cristo ci ha preso come la sua amata sposa, egli si è legato a noi così completamente che il nostro peccato, la nostra morte, la nostra afflizione e la nostra sofferenza sarebbero state sue, e la sua giustizia, la sua vita, la sua gioia e la sua consolazione sarebbero state nostre.

Egli è la vera e migliore Rut, che disse all’afflitta Naomi: “Dove andrai tu, andrò anch’io; e dove starai tu, io pure starò; il tuo popolo sarà il mio popolo… dove morirai tu, morirò anch’io” (Rut 1:16-17). Potremmo aggiungere: “Dove soffrirai tu, anch’io soffrirò; dove piangerai tu, anch’io piangerò. Le tue lacrime saranno le mie lacrime”.

Nelle Beatitudini, Gesù promette la sua consolazione. Nella sua vita e nella sua morte, Gesù dimostra la sua consolazione. Nell’effondere lo Spirito, Gesù offre la sua consolazione. Lo Spirito Santo conferma nei nostri cuori che Gesù non piange solo per le persone in generale, ma piange con noi personalmente.

Come J. I. Packer scrisse in Conoscere Dio, l’uomo di dolore si è caricato del nostro dolore, della nostra sofferenza e della nostra afflizione tanto che “egli non conoscerà ancora perfetta e pura felicità finché avrà portato ognuno di noi in cielo”.

Cristo ci invita a essere onesti sul 2020 (e su tutti gli altri anni). La pura verità è che i nostri corpi sono morti a causa del peccato; che camminiamo nella valle dell’ombra della morte; che viviamo in un secolo malvagio; e che la vita, come noi la conosciamo, sta passando.

Ma Cristo ci invita anche a confrontarci con lui: il nostro peccato è stato pagato con la sua croce, il nostro dolore è stato realmente contrastato con le sue lacrime, e la nostra morte è stata realmente vinta con la sua risurrezione. Egli sta redimendo non solo il nostro io peccaminoso, ma anche il nostro io triste.

Facciamo il lavoro faticoso di piangere le perdite dell’anno scorso, affinché possiamo veramente rallegrarci nella consolazione eterna di Cristo. Mettiamo da parte del tempo per riflettere in preghiera. Troviamo un posto, come corpo di Cristo, per esprimere il nostro lamento in modo comunitario. Cerchiamo consulenza spirituale e condividiamo il nostro dolore con amici e pastori. Non buttiamo via la nostra sofferenza e non sguazziamo nell’incredulità, ma apriamo veramente i nostri cuori a Dio, perché egli ha promesso, dimostrato e provveduto la consolazione di cui le nostre anime hanno disperatamente bisogno.


Todd Murden è assistente rettore della St. Stephen’s Anglican Church a Sewickley, Pennsylvania, dove lui e sua moglie, Becca, hanno vissuto e servito negli ultimi sette anni. Ha ottenuto un Master of Divinity dal Trinity School for Ministry.

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