Servire Dio servendo altri

Dio cambia la nostra identità, perciò il nostro lavoro non riguarda più l’affermazione personale.

Di recente ero seduto al bar di un hotel con un gruppo di dirigenti d’azienda provenienti dalla zona di Boston. Il mio lavoro consisteva nell’agevolare i loro incontri trimestrali, aiutarli a migliorarsi professionalmente, e farli convergere su una strategia semplice in vista dei loro prossimi impegni. Al termine di una lunga giornata ci sedemmo lì per parlare di lavoro, ridere e conoscerci meglio. Questa è una cosa che mi accade spesso.

Quando mi trovo in uno di questi incontri (prima, durante, o dopo), penso spesso: “A Dio importa qualcosa di questo?” La parafrasi che Eugene Peterson fa di Romani 12:1–2 risponde alla domanda con un energico “SI’”.

“Questo è ciò che voglio che facciate, con l’aiuto di Dio: Prendete la vostra normale vita quotidiana (il dormire, il mangiare, l’andare a lavorare, e il vostro vivere) e presentatela davanti a Dio come un’offerta. Accettare ciò che Dio fa per voi è la cosa migliore che potete fare per lui. Non conformatevi alla vostra cultura a tal punto da adattarvi ad essa senza nemmeno riflettere . . .”

Sono cresciuto in un ambiente cristiano conservatore in cui mi è stato insegnato che se vuoi davvero servire Dio devi fare il pastore, il dottore, o l’insegnante. Eravamo esortati ancora di più a svolgere queste vocazioni come missionari all’estero o all’interno di un’istituzione cristiana. Benché ritenga ci sia un grande merito nel lavorare in quegli ambiti, vorrei presentare un’altra prospettiva.

Una serie sul lavoro redento

Dio ha talmente a cuore il mondo da aver messo ogni tipo di persona in ogni settore lavorativo affinché le persone possano sperimentare “il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti” (Ef. 1:23, Ab. 2:14). Dio si interessa delle mie riunioni d’ufficio, o del nostro lavoro dalle 8 alle 17, o di qualsiasi altra cosa che riempie la tua giornata? Puoi scommetterci. Poiché ciò è vero, dovremmo capire in che modo Dio trasforma noi e il nostro lavoro a questo fine. Vorrei condividere una serie di tre post sul soggetto “il lavoro redento”.

Il paradigma di Dio incide sul nostro lavoro in tre modi.

  • Primo: Dio ci dona una nuova identità, perciò il nostro lavoro non riguarda più l’affermazione personale.

  • Secondo: Dio ci dà una nuova chiamata, trasformando la nostra missione nella Sua opera restauratrice.

  • Terzo: Dio cambia ciò che adoriamo, perciò il nostro lavoro diventa un modo di camminare con Lui.

In questo primo blog, voglio condividere come Dio cambia la nostra identità in modo che il nostro lavoro non riguarda più la nostra affermazione personale.

Dio cambia la nostra identità

Qualunque sia il nostro lavoro, affrontiamo la tentazione di riporre la nostra identità nei risultati che otteniamo o nella posizione che raggiungiamo. Anche Gesù affrontò questa tentazione. Satana disse: “Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù . . .” (Matteo 4:6). In altre parole: “Dimostra chi sei in quello che fai”.

In un modo simile, l’identità di Harry Potter è messa in discussione da un cappello parlante che gli sussurra: “Potresti diventare grande, sai?” Non importa che Harry fosse già stato definito “il bambino più famoso che sia mai vissuto”.

Ovunque guardiamo (pubblicità, libri, film, ecc.), siamo tentati a riporre la nostra identità in qualcos’altro e non su ciò che Dio dice essere vero di noi. “Tu sei il mio diletto Figlio”, Egli dice a Gesù. “In te mi sono compiaciuto” (Marco 1:11). In virtù dell’opera di Gesù, queste parole sono vere anche di noi (Efesini 1:5). Siamo la famiglia di Dio. Nostro padre è ricco. Egli ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale (Efesini 1:3). Che meraviglia! Partire da questa certezza cambia tutto.

In che modo l’identità influisce sul lavoro

Dopo essere stato un ministro vocazionale per dieci anni, iniziai a fare l’executive coach e il consulente organizzativo. Scoprii velocemente che lavorare in un contesto diverso non cambiava la mia tendenza a riporre il mio valore in ciò che facevo. Semmai, questa nuova situazione non faceva altro che evidenziare il problema: volevo essere approvato. Il problema era che il mondo degli affari remava contro il mio bisogno di essere approvato.

Fortunatamente, grazie alla mia formazione di coach, possiedo un certo insieme di competenze che mi permettono di far tirar fuori dagli altri idee creative per raggiungere i loro obiettivi. Questa cosa mi ha quindi aiutato. Tuttavia, il problema era ancora lì. Volevo rendere grande il mio nome (Gen. 11:4) invece di permettere che Dio espandesse la sua fama e benedicesse il mondo attraverso di me (Gen. 12:1–2).

Nel suo libro sui Proverbi, Bruce Waltke condivide come, nella Scrittura, i giusti sono disposti a subire un danno pur di avvantaggiare gli altri mentre gli empi “sono disposti a danneggiare la comunità pur di avvantaggiare se stessi”. Detto così, a quale categoria appartieni?

Per la grazia di Dio, dopo molti anni sono giunto a considerare il mio lavoro un modo per riflettere la storia del Vangelo. Dio non ha forse affrontato la ribellione dell’uomo facendo domande (Gen. 3:9)? Egli conosceva già le risposte, eppure aspettò. Perciò anch’io, come consulente, chiedo e aspetto perché è quello che Dio ha fatto per me. Allo stesso modo, ho un amico avvocato a Los Angeles che ha scelto di diventare un pubblico ministero perché credeva che fosse il suo modo per riflettere quello che è stato fatto per lui per mezzo di Gesù, l’avvocato che l’ha difeso quando ne aveva più bisogno (1 Giovanni 2).

Da voler affermare se stessi a voler riflettere il Vangelo

Se vogliamo capire il significato del nostro lavoro, dobbiamo fare un passo indietro e chiederci: “In che modo Gesù ha fatto questo per me?” Che tu sia un consulente, un avvocato, o qualunque altro mestiere tu faccia, fare un passo indietro per capire in che modo Gesù ha fatto queste cose per te cambia la missione dalla tua affermazione personale al riflettere la storia del Vangelo in qualunque cosa tu faccia.

Hai mai pensato in questi termini? Sebbene molti considerino il loro lavoro come un mezzo per ottenere ricchezza, per sopravvivere o per avere un significato nella vita, i discepoli di Gesù hanno l’opportunità di considerarlo in modo diverso. Poiché Cristo ha compiuto l’opera del Padre per me, ora io posso lavorare per gli altri.

“Ogni cristiano deve diventare un piccolo Cristo”, scrisse C.S. Lewis. “Diventare cristiani non ha altro scopo che questo”. Ann Voskamp estende il concetto aggiungendo: “Esistiamo per essere piccoli Cristi. Non piccoli arrivisti. Non piccoli maniaci del controllo . . .”

Ciò significa diffondere la nostra visione del mondo nel nostro posto di lavoro senza che ci sia chiesto di farlo? Benché questo sia il modo comune evangelico di essere un cristiano al lavoro, non credo che sia sano o del tutto corretto. Gesù non è venuto per sbatterci in faccia il suo messaggio. Invece, Egli è diventato uno di noi e “ha abitato per un tempo fra di noi” (Giovanni 1:14). Il nostro lavoro diventa così un’opportunità per farci avanti e servire gli altri come noi siamo stati serviti (Filippesi 2:1-11). Lavorare al massimo delle nostre capacità lasciando la nostra carriera nelle mani di Dio è un modo liberatorio di affrontare la giornata lavorativa.

I nostri impieghi sono una parte del piano di Dio per redimerci e amare il mondo. Non considerare il tuo lavoro principalmente un modo per promuovere te stesso. Guardalo con gli occhi di Dio e svolgilo con lo scopo di riflettere il modo in cui Egli ha avuto cura di te per mezzo di Gesù. E’ per questo motivo che l’apostolo Paolo insegnò ai discepoli di Colosse: “Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore” (Colossesi 3:23).

Dio cambia la nostra identità, e questo ci permette di svolgere il nostro lavoro per un motivo migliore che noi stessi: i nostri lavori sono modi di servire Dio servendo altri.

David Achata


David è un Executive Coach certificato da ICF, ed è il Direttore di Achata Coaching Inc., che si occupa di rinsaldare team con rapporti deteriorati e di insegnare ai leader a chiedere anziché dire cosa fare. E’ inoltre il Direttore del Coaching per Saturate e fa parte di Matthew's Table, una chiesa in via di fondazione nel Tennessee orientale. Lui e la moglie Amy stanno scrivendo il loro primo libro. Puoi leggere le loro avventure nel suo blog personale Going Without Knowing.

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